Verdure fermentate e postbiotici: cosa produce davvero la fermentazione spontanea
Durante il 2025, ho guidato uno studio in LIFe – Laboratorio Italiano Fermentati, per capire cosa si producesse nella fermentazione spontanea di verdure. Lo studio è stato condotto sulle verdure fermentate della linea Orto Fermentato, prodotte in azienda, al fine di avere uno standard produttivo rispetto a quanto fatto a livello casalingo. Lo studio, dal titolo “Caratterizzazione microbica e metabolica di diverse verdure fermentate spontaneamente come potenziali postbiotici” è stato pubblicato sulla rivista divulgativa L’Integratore Nutrizionale e si può leggere l’articolo completo qui.
In sintesi: la fermentazione spontanea di carota, cavolo cappuccio bianco e cavolo cappuccio viola produce 9-13 g/kg di acido lattico, aumenta i folati totali (oltre il 70% nella forma attiva 5-MTHF), converte i glucosinolati in isotiocianati e genera ascorbigeno, un composto assente nella verdura fresca. Questi metaboliti restano stabili e bioaccessibili anche senza cellule batteriche vive: sono postbiotici.
Cos’è un postbiotico nelle verdure fermentate?
La definizione di postbiotici comprende metaboliti bioattivi prodotti dai microrganismi durante la fermentazione. La definizione di riferimento è quella del consensus ISAPP 2021. La caratteristica che li distingue dai probiotici è che restano funzionali anche quando le cellule batteriche non sono più vive: non dipendono dalla sopravvivenza dei batteri nell’intestino, ma sono sostanze che rappresentano il risultato del metabolismo dei microrganismi.
Nelle verdure fermentate spontaneamente i postbiotici includono acido lattico, GABA, folati in forma attiva, isotiocianati e composti di condensazione come l’ascorbigeno. Tutte sostanze che possono tornare utili al nostro organismo.
Per capire quali di queste molecole si formano e in che quantità, sono state analizzate tre verdure fermentate spontaneamente — carota (Daucus carota L.), cavolo cappuccio bianco (Brassica oleracea var. capitata) e cavolo cappuccio viola (B. oleracea var. capitata f. rubra) — misurando il profilo chimico prima e dopo la fermentazione e sequenziando il DNA della comunità microbica per capire quali microrganismi fossero stati coinvolti nel processo fermentativo.
Come funziona la fermentazione spontanea delle verdure?
La fermentazione spontanea delle verdure non prevede l’aggiunta di colture starter: lavorano i batteri già presenti sulla superficie del vegetale.
Nel processo che abbiamo analizzato, le verdure provengono da agricoltura biologica certificata, vengono controllate, lavate, tagliate e salate, quindi trasferite in contenitori dove fermentano per 2-3 settimane sotto monitoraggio di temperatura, salinità e pH. Il vantaggio della fermentazione spontanea è la ricchezza del consorzio microbico che si autoseleziona. Il limite è la variabilità: senza monitoraggio analitico, il risultato non è replicabile. È esattamente il problema che abbiamo cercato di affrontare con lo studio.
Quanto acido lattico si forma nelle verdure fermentate?
L’acido lattico è assente nelle verdure fresche e compare come prodotto principale della fermentazione spontanea. Nei tre campioni analizzati:
Carota: ~9 g/kg
Cavolo: cappuccio bianco ~11 g/kg
Cavolo: cappuccio viola ~13 g/kg
Questi valori rientrano nel range riportato in letteratura per crauti e kimchi tradizionali. L’acido lattico porta il pH sotto 4: è il meccanismo che rende il prodotto microbiologicamente sicuro senza pastorizzazione.
Nel cavolo cappuccio viola compare anche acido acetico in quantità apprezzabile (170 mg/100 g), mentre nella carota e nel cavolo bianco resta in tracce.
La fermentazione aumenta i folati? E in quale forma?
Sì: i folati totali aumentano in tutte e tre le verdure fermentate. L’incremento va da 0,011 a 0,017 mg/100 g nella carota, da 0,028 a 0,041 mg/100 g nel cavolo bianco, da 0,033 a 0,041 mg/100 g nel cavolo viola. Il dato più rilevante riguarda però la forma chimica. Oltre il 70% dei folati totali è presente come 5-MTHF (5-metil-tetraidrofolato) in tutti i campioni analizzati: 75% nella carota, 72% nel cavolo bianco, 79% nel cavolo viola. Il 5-MTHF è la forma biologicamente attiva del folato, direttamente utilizzabile dalle cellule senza passaggi di conversione enzimatica. È la forma che si trova negli integratori di fascia alta — qui si forma spontaneamente grazie ai batteri lattici folatogeni.
C’è vitamina B12 nelle verdure fermentate?
Nei cavoli fermentati sì, in tracce, e in quantità superiore rispetto alla verdura fresca. Il cavolo cappuccio bianco 0,023 µg/100 g, il cavolo viola 0,038 µg/100 g. Nella carota la vitamina B12 non è stata rilevata dopo la fermentazione. Sono quantità piccole in termini assoluti, ma la presenza di B12 in una matrice esclusivamente vegetale è un dato di interesse. La cosa non stupisce, poiché sappiamo tutti che la B12 non è un prodotto di origina animale ma batterica.
La fermentazione produce GABA?
Il GABA (acido gamma-amminobutirrico) aumenta nella carota (da 3,8 a 4,5 mg/100 g) e nel cavolo cappuccio bianco (da 10,6 a 13,1 mg/100 g). Nel cavolo viola la variazione non è significativa. Il GABA si forma per decarbossilazione del glutammato, una reazione operata da diversi batteri lattici — tra cui Latilactobacillus curvatus, la specie dominante nel cavolo bianco fermentato.
Che fine fanno i glucosinolati del cavolo durante la fermentazione?
I glucosinolati scompaiono durante la fermentazione perché vengono convertiti in isotiocianati.
Nei cavoli freschi analizzati erano presenti glucosinolati in quantità significative: 34,4 mg/100 g nel cavolo bianco (principalmente sinigrina, con glucobrassicina e gluconapina) e 24,8 mg/100 g nel cavolo viola (progoitrina, glucorafanina, sinigrina, glucobrassicina). Nel prodotto fermentato non sono più rilevabili.
Al loro posto compaiono gli isotiocianati (ITC), assenti nella verdura fresca:
- Cavolo cappuccio bianco: 4,4 mg/100 g, principalmente allil-isotiocianato (derivato dalla sinigrina)
- Cavolo cappuccio viola: 3,5 mg/100 g, con sulforafano, allil-ITC e minori quantità di indolo-3-carbinolo
Non si tratta di una perdita nutrizionale ma di una attivazione: gli isotiocianati sono le molecole biologicamente attive, e la fermentazione compie la stessa trasformazione che normalmente avverrebbe con la masticazione della verdura cruda.
Cos’è l’ascorbigeno e perché si forma nei crauti?
L’ascorbigeno è un composto di condensazione tra indolo-3-carbinolo e acido ascorbico (vitamina C). Nelle verdure fermentate si forma durante la fermentazione ed è completamente assente nella verdura fresca. Nei campioni analizzati, l’ascorbigeno è stato identificato tramite UHPLC-HR-MS/MS in quantità di 3,9 mg/100 g nel cavolo cappuccio bianco fermentato e 2,1 mg/100 g nel cavolo cappuccio viola fermentato. L’ascorbigeno è più stabile sia dell’acido ascorbico sia dell’indolo-3-carbinolo da cui deriva, e ne conserva o amplia l’attività bioattiva. La letteratura gli attribuisce l’attivazione di enzimi di fase II (GST, NQO-1), un’azione antiossidante prolungata e la soppressione di NF-κB. In sostanza: l’ascorbigeno fa bene.
La comparsa dell’ascorbigeno giustifica la riduzione della vitamica C. L’aumento di vitamina C nelle verdure fermentate l’ho sempre trovato poco supportato come affermazione, e infatti non aumenta ma diminuisce. Si tratta di un fenomeno del tutto normale, vista la scarsa stabilità di questa vitamina. Tuttavia, la trasformazione in ascorbigeno la rende molto più stabile e quindi disponibile a lungo termine nelle verdure fermentate.
Cosa succede a carotenoidi, polifenoli e antocianine?
Le variazioni dipendono dalla verdura:
- Carotenoidi: aumentano nella carota (da 8,4 a 11,5 mg/100 g, +37%), diminuiscono leggermente nel cavolo bianco
- Polifenoli totali: aumentano nella carota (da 4,4 a 6,2 mg/100 g) e nel cavolo viola (da 164 a 214 mg/100 g); nel cavolo bianco restano sostanzialmente stabili
- Antocianine (solo cavolo viola): passano da 111 a 92 mg/100 g, con profilo qualitativo invariato — prevalgono cianidina-3-diglucoside-5-glucoside e cianidina-3,5-diglucoside
Nella carota aumentano anche retinolo equivalenti (da 1,1 a 1,7 mg/100 g) e tocoferoli (da 0,43 a 0,61 mg/100 g).
Le variazioni vanno sempre intese in termini % e non assoluti. Se leggiamo i dati in termini assoluti, sembrano quantità piccole, non significative. Ma, se li leggiamo in termini di aumenti percentuali, prende tutto un altro sapore. Il retinolo che aumenta di 0,6mg nella carota ci sembra pochissimo, ma se lo leggiamo in aumento percentuale, diventa +55% che è tantissimo.
Perché i postbiotici cambiano il modo di pensare ai fermentati?
Per anni i cibi fermentati sono stati valutati in termini di batteri vivi: quanti raggiungono l’intestino, quanti sopravvivono all’acidità gastrica, quanti colonizzano. Un approccio con limiti evidenti, perché la vitalità è variabile e la colonizzazione incerta. I dati di questo studio suggeriscono un’altra prospettiva. Al termine della fermentazione il pH inferiore a 4 inibisce gran parte dei batteri, ma i metaboliti prodotti restano stabili e bioaccessibili: lattato, GABA, 5-MTHF, isotiocianati, ascorbigeno, folati sono presenti e misurabili indipendentemente dalla sopravvivenza delle cellule.
Questo sposta il focus dal concetto di “fermento vivo” a quello di matrice postbiotica: un alimento in cui la sicurezza microbiologica è garantita e l’efficacia funzionale deriva da un corredo metabolico misurabile e replicabile. Il quadro si inserisce nel concetto di extended microbiome proposto da Caffrey e colleghi: i cibi fermentati come estensione ecologica del microbiota umano, capaci di rilasciare molecole segnale che dialogano con l’ospite. L’indolo-3-lattato interagisce con il recettore AHR modulando la risposta immunitaria mucosale; gli isotiocianati mostrano attività detossificante di fase II e azione antimicrobica selettiva. In pratica, la fermentazione che avviene nelle verdure, fuori dal nostro corpo, aumenta le vie metaboliche e la possibilità di creare composti per noi benefici, oltre quelle che già porta avanti il nostro microbiota intestinale. Siamo un tutt’uno con l’ambiente circostante, in un concetto di One Health microbico. Dove non arrivano i miei batteri a livello di trasformazione, possono farlo quelli nell’ambiente, purché sia in salute. Vivere in un ambiente ecologicamente in salute ha una valenza superiore a quanto potessimo immaginare.
Conclusione
Le verdure fermentate spontaneamente funzionano come biofabbriche di postbiotici. Ampliano in modo naturale ed ecologicamente sostenibile il repertorio di molecole funzionali disponibili nella dieta: antiossidanti, neuromodulatorie, detossificanti, vitamine biodisponibili. Hanno inoltre un vantaggio che nessun integratore possiede: un’ottima palatabilità. Non è un dettaglio secondario — è la condizione che permette a un alimento di entrare stabilmente nelle abitudini quotidiane, cosa spesso critica per i prodotti che devono integrare e concentrare sostanze nutritive.
Mappare sistematicamente le interazioni substrato-microbiota-metaboloma e sviluppare modelli predittivi di fermentazione è la chiave per far evolvere una pratica millenaria in una tecnologia alimentare capace di rispondere alle sfide del benessere personalizzato.
Buona fermentazione! Postbiotica…
Flavio Sacco
Flavio Sacco si occupa di fermentazione degli alimenti in maniera quotidiana e professionale, tenendo corsi, seminari e facendo opera di divulgazione attraverso i social e il suo blog fermentalista.com.
Inoltre è cofondatore di LIFe - Laboratorio Italiano Fermentati







