Attenzione: le seguenti informazioni NON hanno lo scopo di fornire indicazioni in sostituzione a cure e terapie efficaci e approvate. Non usate queste indicazioni per prendere iniziative di autocura contrarie a indicazioni mediche.
Nella nostra società siamo sempre abituati a occuparci di un problema quando questo si presenta, difficilmente investiamo sul prevenirlo. I motivi di questa abitudine sono tanti, inclusa la semplice pigrizia.
In qualche modo la medicina non è esente da questa filosofia: la maggior parte delle ricerche si concentrano sul trovare nuovi farmaci e cure, mentre la ricerca sulla prevenzione viene sempre leggermente dopo. Non dico che non esista la ricerca sulla prevenzione, ma la percezione attraverso i canali di comunicazione divulgativi è sempre quella che, in riferimento a particolari patologie, si parli molto più di farmaci che di prevenzione attraverso le abitudini quotidiane come l’alimentazione.

In questo periodo storico (mi immagino quando rileggerò questo articolo fra un paio di anni) siamo nel pieno di una pandemia dove l’unica via di uscita narrata su tutti i canali di comunicazione è il vaccino. La primissima pecca, senza entrare nel merito dei vaccini che NON è lo scopo di questo articolo, che vedo in questa soluzione è che avrà un effetto efficace solo fra diversi mesi. Intanto cosa facciamo? Possibile che non ci siano consigli utili, basati su studi scientifici, che possano aiutarci a migliorare la situazione? Intendo oltre al distanziamento sociale e le mascherine, non c’è nessuna informazione utile da divulgare per aiutare il nostro sistema immunitario a respingere questo attacco virale?
In realtà qualcosa si è scoperto, e un’indicazione ci sarebbe, che è stata pubblicata su un’importante rivista scientifica. Questa “scoperta” riguarda l’alimentazione e il consumo di cavolo e verdure fermentate. Pur indicando principalmente delle ipotesi da verificare in futuro, non pone nessuna controindicazione: se iniziamo a seguirla, nella migliore delle ipotesi ci proteggerà veramente da questa infezione, nella peggiore avrà comunque migliorato la nostra flora intestinale (i.e. microbiota).
L’articolo di cui parliamo è questo:
“Cabbage and fermented vegetables: From death rate heterogeneity in countries to candidates for mitigation strategies of severe COVID‐19”, consultabile cliccando QUI.
Più o meno la traduzione sarebbe: “Cavolo e verdure fermentate: dall’eterogeneità dei tassi di mortalità nei differenti Paesi a candidati per strategie di mitigazione di COVID-19”.

Le riviste scientifiche sono tutte uguali?
Necessarie premesse.
Quando si parla di articoli scientifici c’è una dovuta precisazione da fare. Gli articoli scientifici vengono solitamente pubblicati su riviste specializzate. Gli editori di queste riviste ricevono gli articoli dai ricercatori, ma prima di pubblicarli li fanno “revisionare” da altri ricercatori che verificano che tutto ciò che è scritto “vada bene”. Si tratta di una semplificazione ovviamente. Poi c’è un altro problema: le riviste potrebbero non pubblicare articoli validi dal punto di vista scientifico, perché non li ritengono abbastanza interessanti. Infatti, le riviste hanno un’importanza in funzione della rilevanza degli articoli che pubblicano. Questa importanza viene definita da alcuni parametri attribuiti alla rivista come per esempio l’ “impact factor” e la posizione in classifica della rivista per il suo settore di competenza.
In questo caso, l’articolo in questione è stato pubblicato su un’importante rivista che si chiama “Allergy: European Journal of Allergy and Clinical Immunology“, QUI il link alla rivista.
La rivista ha ottimi “numeri”, che si possono verificare QUI ad esempio, ed è la rivista ufficiale della “European Academy of Allergy and Clinical Immunology (EAACI)”, link QUI. La rivista si trova in Q1, ovvero il primo quartile, sulle varie classifiche, in riferimento ai propri argomenti. Se esistono 20 riviste su quell’argomento, essere in Q1 significa essere classificati fra le prime 5.
Un ulteriore aspetto è chi ha pubblicato questo articolo. Si tratta di autori appartenenti a 17 istituti di ricerca differenti, rappresentanti di tanti Paesi europei (inclusa l’Italia). Trovate la lista nell’articolo originale. Il fatto che rappresenti tanti istituti, provenienti da Paesi differenti, avvalora ancora di più la pubblicazione.
Infine, questo articolo è una “review”, ovvero una categoria di articoli che generalmente riassumono lo stato attuale della ricerca su un determinato argomento. Si tratta di un valore aggiunto.
Adesso che sappiamo che l’articolo è attendibile, possiamo passare ai contenuti.
Dieta e risposta immunitaria
La dieta è sicuramente un’ottima alleata del nostro sistema immunitario, e anche in relazione al COVID-19 è stata proposta per mitigarne gli effetti 12.
Stiamo ignorando l’importanza dell’alimentazione in questa pandemia
Altro argomento delicato sono gli “integratori”. Alcuni integratori possono avere un beneficio sulla risposta immunitaria ai virus respiratori. Tuttavia, ad oggi, non ci sono dati specifici disponibili per confermare i presunti benefici dell’integrazione alimentare, dei probiotici e dei nutraceutici nell’attuale pandemia COVID-19. Le notizie e le piattaforme di social media hanno coinvolto gli integratori alimentari nel trattamento e nella prevenzione del COVID- 19, ma senza prove 3.
Spoiler alert! Anche per quanto riguarda la dieta, questo articolo non ci da una risposta definitiva e certa del tipo: “mangia verdure fermentate e non rischi nulla”. Piuttosto l’obiettivo del lavoro è evidenziare che le verdure fermentate sono una “Proof-of-concept” (una prova a supporto di una teoria che però deve essere ulteriormente studiata) che modificando la dieta si possono aumentare gli effetti utili per mitigare la gravità del COVID-19.
Si parte dai tassi di mortalità
L’articolo inizia analizzando i dati sulla mortalità e come questi sono distribuiti nel mondo. Analizza il periodo 20 maggio – 18 luglio, e sottolinea come le differenze fra aree geografiche sui tassi di mortalità siano difficilmente attribuibili alle sole differenze di raccolta dati. Come la maggior parte delle malattie, anche questa mostra grandi variazioni geografiche che spesso rimangono inspiegabili 4. L’epidemia è multifattoriale e fattori come il clima, la densità di popolazione, l’età, il fenotipo e la prevalenza di malattie non trasmissibili sono anche associati a una maggiore incidenza e mortalità 5. La dieta rappresenta una delle possibili cause delle differenze e la sua importanza deve essere valutata in maniera approfondita.
L’alimentazione e gli alimenti fermentati sono in parte responsabili delle differenze tra e all’interno dei Paesi?
L’alimentazione può svolgere un ruolo nella difesa immunitaria contro COVID-19 e può spiegare alcune delle differenze osservate tra e all’interno dei paesi 6. Nell’articolo, il cavolo crudo e fermentato è stato proposto come candidato responsabile di queste differenze.
Per testare il ruolo potenziale degli alimenti fermentati nella mortalità da COVID-19 in Europa, è stato utilizzato uno studio ecologico, l’European Food Safety Authority (EFSA) Comprehensive European Food Consumption Database, per studiare il consumo nazionale di verdure fermentate, sottaceti, latte fermentato, yogurt e latte acido fermentato 7. Di tutte le variabili considerate, compresi i fattori confondenti, solo le verdure fermentate hanno raggiunto una significatività statistica con il tasso di mortalità COVID-19 per Paese.
Per ogni aumento di grammo/giorno del consumo medio di verdure fermentate del Paese intero, il rischio di mortalità per COVID‐19 diminuiva del 35,4%

Questa affermazione, riportata nell’articolo è sicuramente da prendere come indicazione utile, ma NON deve rappresentare una scusa per ignorare tutte le altre indicazioni. NON è sufficiente mangiare verdure fermentate per essere immuni a questa malattia! Non mi stanco di ripeterlo a più riprese nell’articolo.
Cibi fermentati, microbioma e batteri lattici
Come troviamo differenti tassi di mortalità, anche la composizione dei microbiomi varia nelle diverse regioni del mondo 8. Il microbiota intestinale ha una variabilità interindividuale dovuta alla predisposizione genetica e alla dieta 9 Come parte del microbioma intestinale, i vari Lactobacillus spp. contribuiscono alla sua diversità e modulano lo stress ossidativo nel tratto gastrointestinale.
Gli alimenti occidentalizzati di solito mancano di verdure fermentate. Infatti, l’urbanizzazione nei Paesi occidentali è stata associata ai cambiamenti nel microbioma intestinale e alla riduzione della diversità intestinale 1011121314 , portando a diversi problemi. Oggi, si osservano legami tra microbiota intestinale, infiammazione, obesità e insulino resistenza, ma sono necessari ulteriori studi di grandi dimensioni per una conclusione definitiva. Un fattore di riduzione dei lattobacilli nel microbiota è ad esempio il consumo di fast food 15. Ma non credo ci volesse questo studio per dimostrare che i fast food non sono i migliori amici della nostra salute.
Alcuni pazienti COVID-19 hanno mostrato disbiosi intestinale 16 con una diminuzione di ceppi come Lactobacillus e Bifidobacterium 17 Molti microrganismi sono coinvolti nella fermentazione delle verdure, ma la maggior parte degli alimenti tradizionali con batteri vivi nei Paesi a basso tasso di mortalità si basa sulla fermentazione lattica a cura dei Batteri lattici (LAB) 1819202122. Se non sei sicuro di cosa voglia dire fermentazione lattica, ti consiglio di leggere questo articolo, clicca QUI.
Che ruolo hanno i batteri nei fermentati?
Molti alimenti hanno un’attività antiossidante 232425 e il ruolo dell’alimentazione è stato proposto per mitigare gli effetti del COVID-19 26. Sono stati proposti molti meccanismi antiossidanti, che hanno un ruolo fondamentale contro questa infezione, e diversi alimenti possono interagire con fattori di trascrizione legati agli effetti antiossidanti, come il Nrf227. Alcuni processi come la fermentazione aumentano l’attività antiossidante degli alimenti 28 e i batteri lattici attivano Nrf2 29.
Ho limitato molto questa parte, relativa a Nrf2, ACE2, relazione con insulino resistenza e una miriade di altri approfondimenti, perché complessa e non di facile comprensione, ma è possibile leggere tutti i dettagli sull’articolo originale.
In particolare, nell’articolo si ipotizza che sia il cavolo cappuccio che la fermentazione a carico dei batteri lattici, possano funzionare come potenti attivatori di Nrf2, che avrebbe un effetto antiossidante per limitare significativamente gli effetti del COVID-19.
Nell’articolo si tenta di proporre che i Paesi in cui le verdure tradizionali fermentate con batteri lattici sono ampiamente consumate sono quelli che mostrano tassi di mortalità COVID-19 inferiori e che le verdure fermentate rappresentano un possibile (sottolineo “possibile”) approccio preventivo.

Conclusione
NB: La seguente è la traduzione della conclusione dell’articolo, NON mie parole.
- Il cavolo cappuccio contiene precursori del sulforafano, l’attivatore naturale più efficace di Nrf2.
- Le verdure fermentate contengono molti lattobacilli, anch’essi potenti attivatori Nrf2.
- Si propone che il cavolo e verdure fermentate siano una “Proof-of-concept” che modificazioni dell’alimentazione possono aumentare gli effetti antiossidanti associati a Nrf2 utili nel mitigare la gravità del COVID-19.
Le principali strategie di controllo COVID‐19 tra cui allontanamento sociale, confinamento, ricerca intensiva di casi, test, rintracciamento e isolamento non sono finora sufficienti per fornire un ambiente privo di SARS‐CoV‐2 e ripristinare una vita sociale sicura. Ci sono speranze per un vaccino sicuro ed efficace, ma è improbabile che diventi rapidamente disponibile (Ndr, l’articolo è stato pubblicato a inizio agosto 2020). Quindi, è necessario esplorare altre strategie potenzialmente utili. Un ambito che non è stato sufficientemente considerato è quello dell’alimentazione, sia come intervento preventivo che terapeuticamente utile, incoraggiando le persone a mangiare cibi più tradizionali contenenti verdure fermentate. Abbiamo suggerito che le verdure fermentate potrebbero essere associate a una mortalità inferiore per COVID-19 a causa del loro potente effetto antiossidante tra cui il sulforafano e i batteri lattici. Tuttavia, molti altri alimenti possono svolgere un’attività simile.
Prove solide da studi ulteriori sarebbero utili per indagare formalmente le associazioni tra cibi fermentati e risultati clinici in COVID-19.

Infatti (torno a scrivere io), l’articolo dichiara sin dal principio che studi “ecologici” come questo, rischiano di raggiungere conclusioni non veritiere, a causa dei moltissimi fattori che potrebbero deviare i risultati (detti bias) dovuti alla mole enorme di dati trattati.
Intanto, visto gli effetti collaterali praticamente inesistenti, io continuo la mia personale prevenzione attraverso un’alimentazione ricca di verdure fermentate. Alla peggio ho mangiato sano.
Un’ultima considerazione: sicuramente non mi aspetto che il Ministro della Salute vada in televisione a dire di mangiare verdure fermentate fra le varie misure (per quanto, visto l’articolo e la mole di altri articoli citati, non sarebbe nemmeno insensato) ma direi che ogni tanto anche i mass media qualcosina sull’alimentazione potrebbero accennare.
Buona fermentazione!
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Flavio Sacco
Flavio Sacco si occupa di fermentazione degli alimenti in maniera quotidiana e professionale, tenendo corsi, seminari e facendo opera di divulgazione attraverso i social e il suo blog fermentalista.com.
Inoltre è cofondatore di LIFe - Laboratorio Italiano Fermentati





